Andrea Luzi






L’accesso a scenari astrattamente distopici è indicato attraverso una prospettiva simile a una vertigine. Vertigine nell’accezione visiva, ovvero dello smarrimento dello sguardo nella moltiplicazione dei dettagli sulla superficie, disposti in concrezioni germoglianti, simulacri organici e vecchia cibernetica in rotta di collisione nel cosmo. Vertigine anche nella richiesta di un andamento immaginativo, nell’ipotizzare le conseguenze e le derive del paesaggio antropocentrico, rinunciare a coordinate e morfologie stabili, sepolte sotto un alone di nebbia desolante, oppure incontrare altri panorami che, per scelta cromatica e iconografica, ne sono la controparte schizofrenica, psichedelica, allucinata.
Il racconto sulla decadenza è esasperato dall’uso materico e prezioso del colore; così, sugli sfondi di nebbie e paludi, nuovi idoli primitivi già riassemblano i propri culti e le proprie architetture sfarzose coi rottami del passato.